A tu per tu con Arno Del Curto

Di: Luca Cereghetti

Cos’hanno in comune l’Hockey Club Davos e Greenhope? Al primo colpo d’occhio ben poco si direbbe. Se però si guarda con più attenzione agli articoli “extra-sportivi” riguardanti la compagine grigionese ci si accorge di un interessante dettaglio: il vulcanico coach Arno Del Curto ed i suoi giocatori son coinvolti in prima persona in attività a favore di bambini malati di cancro. Il nesso con il nostro progetto è quindi chiaro, ed ecco inoltre spiegato il perché della donazione di CHF 2’000.- fatta da Greenhope all’Hockey Club Davos lo scorso inverno.

Il 15 aprile è stato un giorno di quelli che definirei “speciali per il sottoscritto”. Le funzioni di fondatore di Greenhope (con l’amico Claudio) e di grandissimo tifoso giallo-blu si incontravano infatti per qualche ora: finalmente avevo la possibilità di conoscer di persona Coach Arno del Curto in un’esclusiva intervista per il Magazine di Greenhope.

Un po’ nervoso e con una cassa da 6 bottiglie del nostro ottimo Montepulciano DOC mi son messo in strada alla volta di Davos. “Toc toc”. Il tempo di farsi aprire la porta dell’ufficio del “Trainer” e di stringer la mano ad Arno ed il nervosismo s’era volatilizzato. Almeno con la stessa rapidità con la quale ci aveva lasciato il tappo della bottiglia numero uno, dedicata al titolo del 2002. Arno voleva assolutamente assaggiare subito il regalo, ed io non ho potuto tirarmi in dietro.

AdC: …non male questo vino!

LC: Un giorno hai detto che hai la fortuna di viver nella parte al Sole della vita. Come si relaziona questa frase con le attività di donazione che portate avanti?

AdC: Assolutamente. Quando si sa di vivere in quella parte di esistenza privilegiata ci si deve, a mio modo di vedere, sentir obbligati a dover far qualcosa per il prossimo. Utilizzo esplicitamente il verbo dovere. Oggigiorno c’è troppa gente con la tendenza a lamentarsi e scordarsi al contempo la fortuna che hanno nel vivere una vita tutto sommato priva di veri problemi. Quasi come se ci si dimenticasse di esser fortunati! Molta, troppa gente viva una vita indifferente nei confronti dei veri problemi, e questo non è di certo un bene se pensiamo in termini di comunità. Occorre ascoltare il proprio cuore ed andare laggiù a prender le forze che ci servono per far del bene! Ma lo dobbiam fare senza doppi fini, con vera autenticità. È tanto inutile far qualcosa di buono solo per darsi visibilità o per pulirsi la coscienza. Bisogna volerlo. Sai una cosa? Alcuni a volte andrebbero davvero scossi e spronati per far si che si mobilitino. Questo scrivilo, mi raccomando! E sai un’altra cosa? Il tuo vino non è davvero male. Anzi! Direi che è proprio buono!

L’intervista prende esattamente la piega che avrei sempre immaginato. Solo che i 30 minuti che mi ero prefissato per “non disturbare troppo” sembrano un’utopia vedendo l’entusiasmo del mio onterlocutore. Poco grave: più dura, meglio è :)

LC: Perché sostenete in particolare bambini malati di cancro?

AdC: Questo ha a che vedere in primo luogo con la mia esperienza personale. Purtroppo ho perso dei famigliari molto stretti per via della malattia. Quando andavo a trovare mio fratello in ospedale a Zurigo mi toccava passare tutte le volte per la pediatria. Non puoi neanche immaginare quanto sia brutta la sensazione nel vedere che un lettino si svuotava a volte dal mattino al pomeriggio. Questa è stata senza dubbio un’esperienza che mi ha toccato molto. SOn in seguito stato contattato da un’associazione e dall’Ospedale cantonale di Coira. A quel punto ho deciso che era l’occasione buona per fare qualcosa.

LC: Come reagiscono i bambini queando son con voi?

AdC: Questa è senza dubbio la parte più bella. Tanto tanto entusiasmo e piacere. Mi ricordo ancora come fosse ieri la prima volta che siamo stati con la squadra in visita a Lenzerheide. I bambini erano appena stati portati a letto, ma talmente eran agitati dalla bella giornata passata in compagnia continuavano a venire a trovarci nella sala nella quale ci eravamo fermati a chiaccherare con i genitori. Di questa visita poi ne parlano ancora oggi. Incredibile! E questo nostro piccolo gesto non ha fatto bene solo ai bambini. Era infatti bello vedere come questo genere di attività possanno fare bene anche ai genitori per un po’ di svago… se così lo possiam definire.

LC: E cosa porta invece ad Arno Del Curto questo genere di attività?

AdC: Molto! Moltissimo anzi. Mi porta gioia, forza, ma soprattutto molta tranquillità. In tutta semplicità: quando posso far del bene per qualcuno mi sento a mia volta meglio con me stesso. Te l’ho anche detto inizialmente: queste per me son le cose davvero importanti, che ti aiutano tra l’altro a relativizzare un po’ il resto dei problemi e ad affrontarli anche con quella dose di giusta serenità.

LC: Bambini, genitori, Arno Del Curto… e cosa porta quindi questo tipo di attività alla squadra?

AdC: Inutile dire che pure i giocatori ne approfittano moltissimo. Alcuni “ci arrivano prima” di altri, ma alla fine tutti quanti colgono il messagio: il “do good” per il prossimo al quale tanto tengo. Ti dico qualcosa di più: mi ricordo di un giocatore che grazie a queste esperienze ha potuto notevolmente migliorarsi sul ghiaccio. Era sempre nervosissimo e questa attività gli ha permesso di relativizzare un po’ i problemi ed affrontare le partite con una prospettiva più tranquilla.Si si! Era proprio migliorato.

LC: ….chi era?

AdC: Ah! Questo non te lo dico neanche se mi paghi! Però guarda! Guarda questo… mi è proprio venuto in mente ora!

Arno si alza e rovista tra le sue cose nell’armadietto. D’un colpo tira fuori una scatoletta con scritto “Für unseren Lieblingscoach”. Dentro un regalo di due bambini malati che erano stati a Davos in visita. Una piccola pietra con un bel gatto rosso disegnato.

AdC: Questo era un regalo per me da parte di due bambini! E guarda qui! Sul fondo della scatola c’è anche un numero di telefono che vedo ora per la prima volta. Aspetta che proviamo a chiamarli e vediamo come va….

Il telefono squilla, ma nessuno risponde. Proseguiamo quindi con la parte finale dell’intervista.

LC: Cosa fate nel concreto per i bambini?

AdC: Dipende. Io a volte, quando mi va, prendo la mia macchina e vado a Coira per delle visite spontanee. Non guardo mai l’orario e a volte mi capita che i dottori sorridendo mi fan tornare a Davos senza aver potuto far niente. Poco grave, son comunque contento anche in que i casi! Quando però ci muoviamo con la squadra dobbiamo essere coordinati. A volte andiamo all’ospedale con dei regali e giochiamo con i bambini. Altre volte ancora siamo noi ad invitar loro e le famiglie a Davos per degli attimi di relax. Queste attività ci fanno proprio bene, sai! E così capiamo quali son gli aspetti importanti della vita: solo quando ci si incontra con i problemi che stanno nella parte all’ombra della stessa.

LC: Per finire un augurio ai bambini.

AdC: Che possan tutti davvero trovare la giusta forza che gli servirà per lottare! Lottare! Lottare! Lottare! Contro questa malattia per poter vivere il resto della loro vita il più serenamente possibile.

…all’improvviso squilla il telefono. Come nei migliori film dall’altra parte si trova la mamma dei due bambini che Arno aveva chiamato alcuni minuti prima. Quando gli passa i bambini, dall’altra parte della cornetta si sente tutto l’entusiasmo di chi ha appena ricevuto una splendida sorpresa. L’intervista non poteva davvero finire meglio di così. E il buon Arno, che tanto ho sempre apprezzato alla transenna, oggi un po’ di bene l’ha fatto anche a me.

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